Le scarpe. Testimoni dei nostri cammini, scolpite dai nostri passi, strali di Eros, arma di seduzione sociale, eterno feticcio di femminilità e anche di virilità, status symbol, segno di appartenenza, eccellenza italiana.
Senza insegna, saracinesca aperta per metà, vetrina spoglia, luce fioca e tante tantissime scatole accatastate alla meglio che come un mare ti avvolgono e senti il profumo di storia. E mentre ti senti perso, ma nel posto giusto, appare Piero, l’erede di un patrimonio fatto di bellezza. E così ti accorgi che quello che sembrava abbandonato, indesiderato, vibra di vita intensa e racconta una profonda storia d’amore. Quella di Piero per le scarpe, per l’uomo che gli ha insegnato l’eleganza: Giacinto. È infatti Giacinto Vergine che nel 1939 apre questo negozio nel cuore del centro storico di Galatina, prima in via Robertini per qualche anno e poi definitivamente dove ancora si trova oggi in via Umberto I e che in poco tempo riesce a portare a Galatina le scarpe più belle del mondo.
Prendin, Marcato, Carati, Borri, Pellico, Pivetta sono solo alcuni dei nomi di calzaturifici artigianali e delle loro sapienti mani, sconosciuti alle pagine patinate di oggi, ma nomi che hanno fatto di Vergine un punto di riferimento per uomini e donne del Salento che volevano far parlare i loro piedi. E l’amore di Piero per questo pezzo di storia galatinese è così vero che, mi dice, non venderebbe per nessuna cifra tutte le sue scarpe e che vuole restare lì in quel negozio che ha visto crescere e con cui è cresciuto. E, mi ripete più volte, che a lui, che ha scelto un altro percorso lavorativo, oggi in pensione, non importa vendere, ma raccontare le scarpe.
Così mi accomodo sulla poltroncina su cui donne e uomini con abiti e sogni diversi in più di ottant’anni si sono fatti raccontare le scarpe mentre Piero lo fa ancora con me tenendo sul palmo della mano le scarpe che hanno viaggiato più a lungo nel tempo pur restando ferme sullo scaffale ormai ricurvo per gli anni: delle scarpette da bimbo degli anni ‘30, una miniatura di attenzione e cura per i tantissimi passi e salti che i pochi bambini che potevano indossarle avrebbero compiuto. E mentre un grande e antico specchio mi riflette tutti i sogni e le incertezze di cui è stato partecipe, Piero ancora sul palmo della mano mi racconta le scarpe da sera degli anni ‘50 in camoscio nero con fibbia sempre nera in pitone e vernice, aristocratiche e sobrie con una cura maniacale per i dettagli. Poi le scarpe in lucertolina anni ‘60 e ancora le scarpe da uomo realizzate in pelle di pecari australiano, la pelle più pregiata e morbida ormai introvabile, costosissime ieri, costosissime oggi. Solo materiali pregiatissimi e naturali. Gli animalisti inorridiranno e, riconosco, che non sia facile trovare equilibrio fra i bisogni delle creature del pianeta. E inorridisce anche Piero quando, e capita spesso, qualcuno entrando gli chiede: “Avete scarpe in pelle?”, domanda un tempo retorica.
Ma quelle scarpe non raccontano solo bellezza e ricercatezza, ma anche di artigiani che amavano molto il loro lavoro, pronti a lavorare sodo perché sicuri di incontrare sogni e bisogni dei loro clienti, orgogliosi di far crescere la loro creatività, mani ormai rarissime e sopratutto di cui si disconosce la cultura. E molto altro ancora. Sono espressione di resistenza contro il ”fast fashion”, contro l’omologazione dei gusti e contro la cultura dello spreco. E in questo senso un negozio modernissimo quando più di vent’anni fa, dopo qualche anno dalla morte di Giacinto Vergine, Piero lo ha rilanciato promuovendo la cultura del vintage, all’epoca poco conosciuta e soprattutto poco apprezzata, oggi invece molto in voga come scelta di stile e anche di vita. Piero con rammarico, però, mi dice che le sue scarpe sono “capite” più dagli stranieri che dai galatinesi. Molti suoi affezionatissimi clienti sono inglesi, americani, belgi, cinesi, giapponesi che popolano il nostro centro storico non solo come turisti. Mi racconta di una giornalista francese che, quando viene in vacanza, acquista sempre le sue scarpe anche per le sue colleghe o di Sophie Marceau, la protagonista de “Il tempo delle mele”, film cult degli anni ‘80 per gli adolescenti di quegli anni come me, che anni fa ha fatto incetta delle scarpe più belle del negozio. In realtà anche gli italiani amano le sue scarpe, infatti mi racconta che il cinema e la televisione più volte hanno voluto le sue scarpe e sono sue le scarpe dell’ultimo film di Papaleo, grazie anche all’ affezionatissima cliente Giorgia. E non c’è turista che, diretto alla Basilica, non sia incuriosito dal negozio anche solo per affacciarsi dalla vetrina, perchè in realtà del patrimonio artistico e culturale di una comunità fa parte tutta la bellezza che quella comunità ha incontrato e tutta la bellezza che ha saputo preservare e raccontare.

